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Quel che resta dei Nirvana

Quel che resta dei Nirvana
Per i 20 anni di “Nevermind”, la Seattle di Kurt e soci racconterà in una mostra (lunga 2 anni) la parabola del nord-ovest americano

Si può partire da Frances Bean, perché ha compiuto 18 anni in agosto, è diventata maggiorenne e ciò contribuisce a dare alla storia la profondità che merita. È una buffa ragazza, la figlia di Kurt Cobain e Courtney Love. Ha i capelli neri, magari per distinzione da quelli platino dei genitori. Ha la faccia a luna piena, l’aria imbronciata d’ordinanza e un sacco di tatuaggi, il più notevole è in caratteri gotici al centro della schiena e sostiene che “L’arte è la soluzione al caos”.

Frances Bean ha celebrato il suo passaggio d’età con una mostra di suoi disegni, che provano a mettere in pratica l’asserzione che s’è scritta addosso: in una galleria freak-chic di L.A. su Hollywood Boulevard, La Luz De Jesus, ha presentato otto operette a china sotto lo pseudonimo di Fiddle Tim e col titolo di Scumfuck, che nel gergo punk è quel tipo in fondo al gruppo, il più sfigato, perduto, senza speranza. I disegni non sono male, anche se ricordano quelli che migliaia di ragazzi, con meno cognome ma col dono della visione, tracciano sui diari giovanili, un po’ tristi, sanguinanti, vitali. Frances farà comunque la propria strada, ma qui, oggi, la usiamo come piattaforma per guardare indietro e valutare.

In fondo, di questa fenomenale storia restano lei, mamma Courtney, i due Nirvana reduci e un progetto culturale che storicizzerà il tutto. Perché siamo alla vigilia di un bell’anniversario: vent’anni dalla pubblicazione di Nevermind, il secondo album dei Nirvana, quello divenuto un totem e un manifesto culturale, il simbolo di uno stile di vita e, all’epoca, l’inatteso, ultimo rilancio del rock come credibile terreno di condivisione delle emozioni legate a un’età anagrafica. Di lì in poi la musica si sarebbe ritratta, sarebbe retrocessa alla mansione sovrastrutturale, ornamentale, alla quale ormai difficilmente sa sottrarsi. Dicevamo, cosa rimane.

Courtney da un pezzo è l’argomento delicato della questione e i rotocalchi raccontano come sia arrivata male ai suoi 46 anni. La magnifica sezione ritmica dei Nirvana, invece, ha seguito destini contrapposti: Dave Grohl (secondo gli addetti, il vero segreto del successo dei Nirvana, perché pochi batteristi al mondo sanno fare ciò di cui lui è capace) ha abdicato dalla vocazione indipendente per trasferirsi con successo nel mercato ufficiale, trasformandosi in cantante e chitarrista dei Foo Fighters, band di fragoroso pop rock, inoffensiva e prediletta dalle colonne sonore dei serial giovanilistici. Proprio lui, che ai tempi dei Nirvana era il batterista muto, ininfluente nelle scelte musicali e mai veramente ammesso all’inner circle di Cobain, s’è rivelato col tempo un leader naturale, un intrattenitore e astuto divulgatore delle ultime scosse elettriche del rock americano.

Il bassista Krist Novoselic è andato in direzione opposta. Ha devoluto l’affetto dei suoi fan e il suo enorme corpaccione a cause sociali e politiche di stampo radicale, come la sensibilizzazione dei giovani ai doveri elettorali e altre questioni attinenti all’emarginazione dei teenager e dei meno fortunati. Ha anche scritto un saggio di puro fricchettonismo politico: Of Grunge And Government: Let’s Fix This Broken Democracy.

Per festeggiare l’anniversario di Nevermind, ha accettato l’invito di Grohl di unirsi ai Foo Fighters per registrare un paio di pezzi del prossimo album. Nell’occasione ha portato con sé Butch Vig, il produttore responsabile delle scelte anticonvenzionali di cui è costellato Nevermind. Oggi Krist, ingrassato, semi-calvo, porta con dignità una barba da post-rocker e guida un vecchio maggiolino Volkswagen, che oltreoceano è l’icona dell’antagonismo al sistema. Gli ultimi avvistamenti sostengono che, nonostante si sia già candidato senza successo a vice-governatore dello stato di Washington, Novoselic ci voglia riprovare alle prossime elezioni, in rappresentanza del partito Grange. Che, nonostante le assonanze, non ha niente a che vedere col genere di cui i Nirvana furono gli alfieri, ma è una confraternita che risale all’Ottocento, conta 300mila iscritti e promuove il sodalizio tra gli agricoltori per il miglioramento della vita nelle zone rurali.

Infine, l’evento culturale annunciato in apertura: è una faccenda istituzionale, ma “istituzionale” nell’accezione di Seattle, capitale mondiale dell’anticonformismo. Una mostra che andrà in scena ad aprile e resterà aperta due anni a cura dell’Experience Music Project, col titolo Nirvana: Taking Punk To The Masses dove si racconta la parabola musicale del nord-ovest americano, attraverso l’esibizione di quadri inediti di Cobain, dei suoi manoscritti, i diari, gli strumenti, centinaia di memorabilia, col commento audio di 100 versioni orali della loro leggenda, rievocata da critici e fans, per spiegare cosa fosse la scena grunge anni 80 e 90. Sia la Love che Novoselic hanno contribuito al progetto, garantendone l’attendibilità. Adesso, spiega il curatore Joel McMurray, ci si aspetta un milione di visitatori in questo reliquiario del rock, dove troveranno “sia il lato mitico che quello quotidiano della band, persone che volevano fare musica e non credevano sarebbero mai arrivati da nessuna parte. Ma che hanno avuto in sorte un destino iscritto nella leggenda”.

Fin qui le cronache del presente. Ma bisogna dare un’occhiata a quella materia metafisica che pervade questa storia e gronda, sempre con la stessa densità, dai solchi di Nevermind. Chi diavolo era Cobain, visto da questo presente? E perché, a un certo punto della nostra vita, in tanti siamo stati così attratti da lui, non solo dalle sue canzoni e neppure dalla sua vocalità, ma ancor di più dall’uomo, da quest’anima che pativa e non si dava pena di nasconderlo, che si distruggeva e non poteva fermarsi, perché era nella sua natura?

Le tracce della biografia di Cobain sono cosparse nella banale iconografia del rock. Ci si smarrisce. È difficile focalizzare. Allora è meglio concentrarsi su segmenti dal valore simbolico. Uno snodo, un episodio che ha efficace potere di sintesi, sta ad esempio nei resoconti di quel giorno in cui Kurt incontrò l’idolo della sua gioventù, anzi di tutta la sua vita, il suo faro culturale: William Burroughs.

Già nell’autunno del ’92, mentre i Nirvana erano freschi del successo di Nevermind e mentre Smell Like Teen Spirits risuonava ai quattro angoli d’Occidente, le strade dei due uomini s’erano incrociate, ma solo a distanza. Burroughs aveva pubblicato su disco un reading col titolo The Priest They Called Him e a Cobain era stato chiesto di creare con la chitarra un tappeto sonoro per incorniciare la voce dello scrittore. Kurt, onoratissimo (“Non mi sono mai sentito più fico” appuntava sul diario), aveva accettato: Il pasto nudo era il suo testo di formazione e la tecnica di scrittura di Burroughs per lui era stata illuminante.

Ma la collaborazione era avvenuta solo in modo virtuale. Poi Cobain aveva chiesto allo scrittore di fare un cameo nel video di “Heart Shaped Box”, ma Burroughs non aveva acconsentito. Però aveva invitato l’artista, da cui lo dividevano 53 anni, a fargli visita nella casa di campagna a Lawrence, Kansas. Un anno più tardi, quando gli restano sei mesi da vivere e poco dopo la nascita di Frances Bean che per un attimo ha alleviato il suo mal di vivere, Kurt fa una deviazione dal suo ultimo tour americano per andare a trovare il suo eroe.

Ci sono delle foto dell’incontro. Una è dentro casa Burroughs, e si vede lo scrittore che mostra un libro a Cobain, che osserva compunto come uno studentello. Bill è decrepito ma arzillo, con indosso una sahariana. Kurt è vestito coi soliti jeans e le solite scarpe, le stesse che si vedono nelle foto del suo cadavere. In un’altra immagine i due sono fuori, per una passeggiata nel tepore d’autunno. Camminano vicini su un tappeto di foglie secche, Burroughs ha un bastone e cerca l’appoggio sul braccio del ragazzo, che si presta, servizievole. Bill e Kurt si scambiarono doni: Burroughs regala a Cobain un suo quadro e Cobain gli dà una biografia di Leadbelly, il padre del blues, ammirato da entrambi. Poi passano diverse ore insieme a studiarsi e a parlare, ma folgorante è il resoconto che Burroughs offre dell’incontro: “Cobain era timido ed educato. C’era qualcosa in lui di fragile e perduto. Fumò parecchie sigarette ma non prese niente da bere. Non gli mostrai la mia collezione di pistole”. Burroughs, da lungimirante esploratore della psiche, intuisce che il visitatore è perduto in una “generale disperazione”. Dopo il commiato, confida all’assistente: “C’è qualcosa di sbagliato in quel ragazzo. Si adombra senza motivo”. Venuto a conoscenza del suicidio di Kurt, commenterà: “Uccidersi non è stato uno sforzo per lui: per ciò che avevo visto, era già morto”. E lo rimprovererà affettuosamente per aver abbandonato la famiglia e demoralizzato i fan. Ecco.

Adesso che sono trascorsi due decenni da quegli eventi e i protagonisti non ci sono più, resta in piedi la questione dell’eredità, almeno quella culturale, legata al passaggio di Cobain – perché i conti con Burroughs e il suo lascito beat-psichedelico ormai sono saldati. Mentre Nevermind s’accinge a vivere la seconda vita sotto forma di anniversario, mentre stiamo per sentirlo risuonare nei tiggì, cosa resta di quel personaggio delicato, intenso e spaventosamente rappresentativo? Cosa resta, oltre la descrizione degli strani anni dell’ultimo decennio del millennio, gli stessi di un presidente che combinava porcherie sessuali alla Casa Bianca, d’un serial chiamato Friends e dell’avvento di una generazione a cui venne affibbiato il brutto aggettivo di “apatica”? Resta, prima di tutto, una voce: il fattore irresistibile – tanto più se abbinato alla contemplazione della faccia di Kurt – di questa saga. L’ultima, definitiva voce bianca del rock.

Il cui segreto era presentarsi nuda, assoluta, ai suoi ascoltatori. Una consapevole estremizzazione dello stesso urlo che, anni prima, era stato messo per iscritto da Albert Camus. Il coraggio di produrre un primordiale grido di dolore e collocarlo in una cornice musicale edificata per mitigarlo, sostenerlo, estetizzarlo. Cobain in studio eseguiva solo poche canzoni prima di finire la voce, fino al giorno dopo. Non c’era tecnica, né compromessi. La band era il veicolo di quel gesto artistico, la sua chitarra era il contrappunto nella visualizzazione del malessere, Nevermind è il canzoniere della sua condizione. I dischi successivi dei Nirvana vanno associati al patrimonio del rock. Nevermind invece ha il valore di opera d’arte, che esula dai generi, come i canti leopardiani.

Infine c’è l’impatto della naturale bellezza e della fatale parabola della biografia di Kurt: materia per menti giovani, sentimentali, sconsiderate. Forse Burroughs era troppo senilmente amaro nello sgridare Cobain a causa del suo gesto estremo di rinuncia: forse nel togliersi di torno, nel dimostrare d’essere programmato per il suicidio, Cobain ha alzato l’asticella per un simile gesto assurdo. L’ha fatto per conto di tanti altri. E, in un certo senso, nel farlo ha esaurito, consumato la forza trasgressiva dell’atto. O almeno, adesso che le emozioni si sono raffreddate, si può interpretarlo così. Un artista con troppe predestinazioni. La cui rilevanza resta cristallina, nella forza del gesto creativo distillato per Nevermind, che produsse un memorabile ricambio culturale e uno shock mistico. Che rimane, vent’anni più tardi, un disco meraviglioso, in cui rumori e musiche si fondono in un suono perfetto. E che in quel “Non importa” del titolo contiene una dolcezza che continua a sbocciare, anche adesso che le grungissime camicie a scacchi se le mangiano i tarli nei cassetti.

Stefano Pistolini
(via D La Repubblica, tutti i diritti riservati)

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